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Cento anni esatti prima del covid, il mondo conobbe una pestilenza terrificante, che fece decine di milioni di morti. Un secolo fa non c’erano le attrezzature e le conoscenze mediche di oggi, le conseguenze del contagio dunque furono assai gravi.

Non è chiaro da dove partì l’epidemia, che forse arrivò in Europa e si diffuse a causa degli spostamenti delle truppe militari impegnate nel primo conflitto mondiale. Il misterioso morbo di sicuro fu isolato a Boston il 27 agosto, due marinai appena arrivati dall’Europa avevano infatti sintomi di quel nuovo male: febbre alta, tosse, difficoltà a respirare. Più probabilmente portata in Europa dai soldati in arrivo dagli States, l’epidemia si diffuse velocemente in Francia, Inghilterra e Italia. Tuttavia siccome in questi paesi era vietato ai giornali di scrivere articoli espliciti sulla vicenda, per non generare sfiducia e pessimismo al tempo di guerra, furono i giornali spagnoli a raccontare per primi della malattia (ecco perché l’epidemia prese il nome di “spagnola”).
Cinquefrondi fu investita immediatamente da questa catastrofe, perché nella seconda metà di luglio del 1918, quindi nei primissimi tempi di diffusione del male, in paese si verificarono molti casi di contagio. Non c’erano ospedali in zona, le poche cure possibili erano quelle del medico condotto, l’anziano dott. Moricca, anche lui come tutti gli altri medici sconvolto e
disorientato da quel virus ignoto e malvagio che mieteva vittime.

La situazione peggiorava di giorno in giorno e anche le notizie provenienti da località vicine, ad esempio Limbadi e Rosarno, facevano temere il peggio. Per dare una scossa a quella situazione sempre più allarmante, un gruppo di notabili e persone in vista del paese, con l’aggiunta di tre studenti universitari, prese l’inziativa di un gesto pubblico per richiamare l’attenzione delle autorità nazionali e ottenere un immediato aiuto per affrontare l’emergenza a Cinquefrondi.
Venne scritta una lettera aperta al Corriere di Calabria in cui si raccontava la situazione del paese, invocando un immediato intervento delle autorità. Firmarono quell’appello 15 persone, il dott. Angelo Misiti, il prof. Michele Misiti, il maestro Giuseppe Galluzzo, l’avv. Paolo Albanese, il farmacista Domenico Bellocco, il musicista Carlo Creazzo, l’amministratore degli Aiossa Giuseppe Correale, quattro sacerdoti (l’arciprete Carlo Sorrenti, e i canonici Giuseppe Longo, Gaetano Filarito e Angelo Tropiano), l’avv. Emanuele Pasquale e tre govani studenti Michele
Cavallari, Michele Galluzzo (futuro medico condotto) e Vincenzo Della Scala, futuro avvocato nonché figlio dell’allora Pro-sindaco e Consigliere Provinciale Francesco Della Scala.

Francesco Della Scala, nel 1918 pro-Sindaco e Consigliere Provinciale

Il giorno 8 agosto il giornale dà risalto, a modo suo, a quella lettera: nelle pagine di cronaca regionale appare
infatti un grande spazio bianco, in fondo al quale compaiono le firme di cui abbiamo detto. Il titolo dell’articolo “in bianco” fu
LA SALUTE PUBBLICA A CINQUEFRONDI. Dopo le firme, la direzione del giornale tuttavia ritenne di aggiungere una postilla molto significativa: «Per ragioni facili a intendersi, la Censura ci impedisce di pubblicare la comunicazione telegrafica che ci perviene da Cinquefrondi. Ma possiamo assicurare quella patriottica popolazione che le autorità stanno provvedendo a tutti i rimedii da essa invocati e da noi resi ostensivi. Non possiamo dubitare che tutto sarà fatto per proteggere e difendere la salute pubblica in modo  energico e coi mezzi più efficaci».

A quella data non c’era ancora piena contezza del disastro che l’epidemia stava per causare nel mondo intero. Al contrario, sembrava un serio problema locale da affrontare in modo energico, senza tuttavia creare clamore e preoccupazione eccessiva nella popolazione.

L’appello dei 15 firmatari di Cinquefrondi non rimase senza risposta. Lo stesso giornale infatti, nell’edizione del 21 agosto pubblicò, questa volta senza censura, una lettera del cav. Angelo Misiti nella quale il giovane avvocato cinquefrondese scriveva testualmente:
«Permetta che a nome dei miei concittadini io renda pubbliche grazie a lei per aver preso a cuore le sorti di questo paese colpito da grave epidemia, e per il suo articolo assai gentile per Cinquefrondi. Ero sicuro, e l’avevo detto agli amici, che non invano sarebbe venuta a lei la nostra voce di protesta per l’abbandono in cui eravamo lasciati. Ella è venuto qui, ha visto, ha conosciuto i nostri dolori, le nostre necessità: ha scritto, ha parlato a chi di ragione e si è cominciato a provvedere… È il caso di dire: meglio tardi che mai! Ma tutto ancora non si è fatto… Il governo deve venire in aiuto di questa patriottica popolazione con larghi sussidi e, più che con sussidi, con larghe provviste di generi alimentari, specie di latte condenzato, di carne, di zucchero. Il prof. Positano disse bene: questa che ci affligge è la malattia della povertà ! 

Abbiamo avuti tre ufficiali medici, i quali tutti fanno il loro dovere con alto spirito di abnegazione… Ma questo non basta… occorre che si dia a questa popolazione il suo medico condotto, il quale sia vigile tutore della pubblica salute… Il vecchio condotto, il dottor Moricca, ha sempre fatto il suo dovere: si può dire sia caduto sulla breccia… Ma egli è vecchio, è ammalato, non può fare cose al di là delle proprie forze: gli si dia a coadiutore il figlio, oppure il dottor Francesco Ferrari, per il quale le autorità avevano iniziata una pratica di esonero, pratica che non si sa dove sia andata a finire. Certo, questo del medico condotto è un problema che s’impone e le autorità dovrebbero risolverlo oggi più che mai !  Lasci egregio direttore ch’io mandi una parola di lode al deputato on. Arcà, il quale nulla tralascia perché si venga in aiuto di questa popolazione nel modo migliore. L’abbiamo visto fra di noi reiterate volte e quest’atto di solidarietà in un momento ben doloroso per noi, riuscì come riesce, sommessamente gradito a questa cittadinanza che non dimentica e sa esser grata. Segnali alle autorità lo zelo del nostro Pro sindaco cav. Delle Scale e del nostro giudice avv. Fonzi, sono dappertutto di giorno e di notte, instancabili a portare aiuto, conforto, incoraggiamento. Abbiamo buone speranze che il male sarà presto completamente debellato, ma ella che tante benemerenze si è acquistata presso di noi, faccia provvedere a quanto sommariamente mi son permesso di indicare sopra. È così solo che questa popolazione continuerà a dare, come per il passato, alto esempio di civismo, di sano pariottismo».

Dietro tutto questo lavorìo informativo e diplomatico c’era la mano accorta di don Ciccio Della Scala, il quale nella sua doppia veste istituzionale di Pro sindaco e di Consigliere Provinciale non poteva esporre sé stesso in iniziative che si scontrassero con le rigide regole della censura in tempo di guerra.

Il dott. Franesco Ferrari, ex capitano medico dell’Esercito

L’impegno andò a buon fine: tre mesi dopo infatti lo stesso Della Scala fece pubblicare sul giornale il seguente annuncio: «Municipio di Cinquefrondi: cercasi medico per servizio poveri, annuo stipendio lire 4mila. Per chiarimenti rivolgersi al sindaco». In pratica venne istituita la prima guardia medica del paese, a spese del Comune. Il primo ufficiale sanitario di Cinquefrondi fu il dott. Francesco Ferrari, ex capitano medico dell’Esercito, che nel 1927 morì improvvisamente all’età di 50 anni e lasciò dietro di sé una straordinaria storia di amore e dedizione ai suoi assistiti (leggi qui la sua storia https://www.cinquefrondineltempo.it/storia-di-francesco-ferrari-il-medico-che-curava-i-poveri-gratuitamente/ )

(articolo pubblicato sul numero di gennaio del periodico online “L’alba della Piana”, edito dall’omonima Associazione che gestisce anche una Biblioteca aperta a tutti, a Maropati)
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