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Torna la rubrica sul dialetto cinquefrondese. Oggi una nuova puntata, la 28esima, dell’impegno certosino di Mimì Giordano alla ricerca di quelle espressioni o parole che sono quasi del tutto scomparse dalla lingua che ciascuno di noi usa quotidianamente. Segno evidente non soltanto di un cambiamento delle abitudini linguistiche della nostra gente, ma anche di una trasformazione culturale e sociale molto forte, con la progressiva sparizione di tutti quei termini in gran parte derivanti dalla cultura contadina e la loro sostituzione con parole moderne.

 

di Mimì Giordano

 

Ogghjalòru: orzaiolo, minuscolo sedimento che si forma sulle palpebre dovuto ad una  infiammazione; era anche un contenitore in latta per l’olio

Ogghjulànu: era il commerciante di olio, anche piccolo venditore e rivenditore. L’ “ogghjulani” per eccellenza erano i polistenesi Chiodo, i quali acquistavano dai piccoli rivenditori e dalle famiglie contadine o proprietarie di modesti appezzamenti e produttrici di olio d’oliva. Essi ritiravano l’olio “lampante”, prodotto da olive raccolte da terra anche dopo diversi giorni dalla caduta e stoccate in frantoio per altri giorni ancora e poi frante. Era un olio “lampante”, detto così perchè anticamente veniva utilizzato per le lampade votive e per l’illuminazione cittadina, prima della scoperta dell’energia elettrica. Era un olio ad alta acidità, arrivava anche ai 10°, in pratica murga. Era spesso colmo di difetti all’olfatto e al gusto.Quest’olio da parte di l’ ogghjulàni veniva venduto all’ingrosso ad una ditta che ne aveva il  monopolio a Gioia Tauro. Quest’ultima, a cui lo conferivano migliaia di famiglie produttrici e centinaia di ogghjulàni  della Piana, lo rivendeva (decine di migliaia di tonnellate) alle varie raffinerie nazionali ed internazionali. Lì, queste enormi quantità di olio venivano deacidificate chimicamente  e deodorate.Era un commercio diffuso e, all’epoca,compensativo per famiglie e produttori e remunerativo per i commercianti all’ingrosso. Per non parlare dei proprietari dell’ammasso di Gioia Tauro, che fecero profitti enormi per un cinquantennio.

Orgiu: orzo, dal latino ordeum. Tipica espressione o avvertimento in dialetto: di lu malu pagaturi, o òrgiu o pàgghja. Vale a dire, dal cattivo pagatore prendi quello che puoi anche orzo o paglia, tanto i soldi difficilmente il prenderai. 

Pàccaru: schiaffo a mano aperta, da distinguere da sucamussu (o anche sucamuccu) che, se non ricordo male… veniva “offerto”  a manrovescio

Pagghjàru: capanna fatta di canniccio e paglia. Un tempo servivano per ricovero di animali, ma vi sostavano anche le persone, i contadini. Proverbio: a tempu d’astàti ogni fìlici è pagghjaru (quando il sole batte ogni felce è un riparo)

Palandruni: vagabondo, uomo poco disposto a lavorare, pelandrone

Palataru: palato, ùgola

Pàmpina: testa ricca di capelli, pettinatura voluminosa. Figurativamente è come la foglia della vite, il pàmpino. Esso adorna abbondantemente la fronte del dio Bacco, coronata, appunto, di pàmpini.

Panata: pezzettini di pane raffermo che si scaldavano nell’acqua, in cui magari si era cotta la verdura. Nelle serate d’inverno e quando si è raffreddati, questa panata si consuma tutt’oggi

Panatedha: si differenzia dalla panata perché erano bricioline di pane che si davano ai bambini inzuppate di latte. La cosiddetta zuppa

Panarizzu: infiammazione delle dita nei contorni dell’unghia

Panàru: paniere, cesto con un manico ad arco

Pannèdha: camicia o veste, indossata senza cura, in modo disordinato e sciato, da cui il termine dialettale spannedhatu, usato anche al femminile spannedhata.

Pantu: intontito, spaventato, anche questo in versione femminile, panta. Canto popolare: li carni s’arrozzulijaru pe’ lu schîàntu, s’ìsàru li capidhi comu chîòva, restai ‘ncamàtu chi parìa  ‘nu pantu.

Panzasutta: a pancia in giù, bocconi

Papatornu: lumaca, chiocciola. Figurativamente un individuo stolto, buono a nulla. Di questo termine, a dire il vero, ne fanno più uso i polistinisi, ma io in passato l’ho sentito anche a Cincrundi

Papellu: scritto lungo, libello con intenti denunciatori

Paparina: papavero. Espressione tipica: diventai russu comu ‘na paparina

Paparaggiànni: spaventapasseri a forma umana con le braccia aperte e cappello

Papuzza: larva che rode i semi dei legumi.

Pappù: nonno, avo. Termine di chiara origine greca.

Patriràndi: come sopra, ma utilizzato esclusivamente per dire nonno

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