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Ci sono parole del nostro dialetto che hanno una musicalità e nello stesso tempo un senso di sapienza davvero affascinanti. In questa trentesima puntata della nostra rubrica sulle antiche, o non più usate, parole della lingua cincrundisa Mimì Giordano, grande cultore e appassionato della materia, ci fa scoprire e riscoprire alcuni segni significativi della nostra storia comunicativa. Fra le tante parole che cominciano con la P colpiscono per esempio quelle che richiamano la lontana giovinezza di molti, ad esempio piddraru riferita a momenti di gioco fra ragazzi, oppure pitinghj con il suo suono allegro e minaccioso insieme (ti fazzu pitinghj pitinghj…era il rimprovero feroce di tanti genitori di fronte alle marachelle di qualche figlio). E che dire di pittijari ?  un verbo ambivalente, ancora abbastanza usato, che si carica di diversi significati a seconda del contesto in cui è impiegato ma soprattutto è quasi impossibile da tradurre davvero in tutte le sue sfumature. Buona lettura a tutti

 

di Mimì Giordano

 

Pertusu: foro, buco. In vecchio italiano pertùgio. Un proverbio con questa parola: a tempu di ‘mbernu ogni pertusu è porta, vale a dire, in inverno, quando piove e ti sorprende l’acquazzone, ogni buco in cui ripararsi è una porta

Picu: piccone, strumento di lavoro per operai edili e agricoli. Dal latino picus. Tipica espressione del padre al figlio, un po’ svogliato con lo studio: Micu, vidi ‘mu vai bonu a la scola, sennò  pala e picu t’aspettanu

Pìddraru: ed eccoci a questo osso del maiale che ripulito dei residui ad esso attaccati, lavato, stralavato e strausato era il gioco di tanti ragazzini cincrundisi dei rioni popolari. Era un oggetto a forma di dado rettangolare, sghimbesciato che si lanciava e, se non ricordo male, sulla parte che restava immobile dopo il lancio si scommetteva. Era un gioco così semplice e povero che quando si voleva far intendere a una persona che si stava dicendo qualcosa di serio o si stava conducendo un gioco intelligente, si esclamava: “..e chi ti pari, ca nui jocàmu ‘o pìddraru ! ”

Pinnolaru: ciglio, minuscolo pelo delle palpebre

Pipaloru: peperoncino rosso a punta, piccante

Pipita: strumento da fiato simile all’oboe, oppure strumento artigianale fatto in legno che accompagnava la zampogna. La pipita gadinarica era invece una malattia del pollame che per un ispessimento della lingua, a causa dello strillare a becco aperto, poteva procurare un disseccamento dello stesso organo. Con l’imprecazione: eh pipìta gadinàrica ! si intendeva ammonire una persona troppo ciarliera maleaugurandogli la malattia dei polli

Piroci: Trottola. A Cincrundi c’era un bravissimo artigiano della lavorazione del legno al tornio, Mastru  ‘Ntoni Pepè, detto, appunto, ‘u Torneri. Sapeva produrre “piroci” ed altri oggetti con perfezione. Alcuni erano uno spasso dei ragazzini di sessant’anni addietro, altri erano creazioni utili per la casa

Pitìgghj: cavilli, compiti. Tipica la frase: ”non nd’avi nè figghj e nè pitìgghj”, vale a dire, non ha né figli cui badare e né cavilli da padre da affrontare.

Putiχa: bottega, piccolo negozio. La parte finale di questa parola  la pronunciamo alla greca, la lingua da cui proviene. Bottega in greco si dice apoteka. La quinta lettera che leggiamo in questa nostra parola dialettale e che sembra una x, è la ventiduesima dell’alfabeto greco antico, la “ch” e si pronuncia con suono gutturale, come se dicessimo χàccia (accetta) o χasmu ( che in greco significa sussulto, sinonimo di sbadiglio)

Pitinghi: pezzetini. Tipica l’espressione: Li vincimmu, li salammu, li fìcimu pitinghi pitìnghi !

Mimì Giordano

Pittijàri: disfarsi velocemente di un possedimento o di una somma di denaro o di un bene, perdere soldi al gioco

Pizzarica: vaso di terracotta di forma rotonda, utilizzato in cucina

Pizzùcu: paletto di legno appuntito, di circa un metro, che serviva come segnale del limite di un terreno

Pòglia: stecca di torrone o di cioccolato

Pondu: peso, responsabilità, compito

Posata: lo spiazzo di terra, in una campagna, dove c’era l’abitazione del contadino

Posèdha: piselli, ma anche fiacca, lentezza

Posa: residuo della polvere della macchinetta con cui facciamo il caffè

Posi: Polsi, località aspromontana del Comune di San Luca, luogo del santuario della Madonna a cui noi cincruindisi siamo fortemente devoti

Posterinu: tardivo, opposto di promentinu (primizia). Si tratta del prodotto orticolo o fruttifero che matura tardi, nella tarda stagione. Tipico agrume posterinu primaverile è  ‘u mundarinu marzolu. Si tratta del nostro mandarino comune, con gli acini, che fruttifica in ritardo e mangiarlo appunto a marzo, ma anche ad aprile, è una soddisfazione. Una filastrocca del mondo contadino: E marzu chjovi chjiovi, e aprili mai ‘mu fini, a màju una bbona ‘mu si fannu li posterini.

Postèri: portalettere

Postijari: appostare,a volte con l’intenzione di realizzare un agguato

Prèju: gioia, allegria, compiacimento. Tipica espressione amareggiata in cincrundisu : restai cu lu preju ‘n sonnu, vale a dire sono rimasto profondamente deluso/a per la mancata realizzazione di un desiderio che stavo quasi per soddisfare.

Prìcocu: albicocca. Deriva dal francese apricot

Prunarisi: anticamente erano gli abitanti di Fabrizia, il paesino delle Serre in provincia di Vibo Valentia. Nel 1700 Fabrizia si chiamava Prunàra.

Pudhìa: così venivano chiamati i pulcini che erano la gioia di noi bambini. Con questa parola sempre attuale il proverbio: ” Non diri mai ‘u nùmaru di li pudhìa se non prima s’àprinu l’ova” , vale a dire non cantare vittoria se non prima…l’arbitro fischia la fine della partita. A tal proposito il grande Trapattoni direbbe ancora: non dire mai gatto se non ce l’hai nel sacco.

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