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Alcune delle vecchie parole dialettali contenute in questa 31ma puntata del nostro viaggio nel dialetto cinquefrondese mi riportano alla mente i tempi lontani della giovinezza, quando con gli amici passavamo lunghe ore a giocare, non disdegnando di fare chiasso. Ribbedhu è una di queste parole, ormai pochissimo usata nelle nostre conversazioni quotidiane. Ribbedhu, per chi non è cinquefrondese, e dunque non la comprende intimamente con il cuore prima che con la testa, è un termine di fatto intraducibile. Mimì Giordano, curatore di questa rubrica ci prova a renderla in italiano; ribbedhu porta con sè tanti significati. Ribbedhu è confusione, ma anche allegria, chiasso ma anche frastuono, disturbo, grida di molti. Ribbedhu evoca le voci dei bambini e dei ragazzi che parlano ad alta voce o urlano per farsi sentire o si divertono spensierati. Ribbedhu sono le grida di disturbo di una manifestazione, di un corteo, l’allegria di una piazza in festa. Ribbedhu porta con sè la magnificenza intera di una lingua che aderisce intimamente al mondo delle persone che la usano. In questa nuova puntata con le parole dialettali cincrundise tornano anche alcune forme di pronuncia pressochè impossibili da trascrivere usando solo le lettere dell’alfabeto e che hanno tante somiglianze con l’arabo e con il tedesco: ad esempio Raχari (quella fra le due a non è una x, bensì una lettera del greco antico che richiama un suono simile al ch della lingua tedesca o alla h pronunciata in arabo). C’è tanto altro ancora da scoprire, ma lo lasciamo ai lettori.
di Mimì Giordano
Raχari – Questa parola contiene la ventiduesima lettera χ (Kh) dell’alfabeto greco antico, che tanto ci appartiene, e che, in questo caso, si pronuncia come χàccia(accetta). Raχari significa lavorare il terreno, spianarlo con un’erpice rudimentale (raχu). Significa anche trascinare con fatica qualcosa o camminare a strasciconi. Si diceva in dialetto “era tantu ‘mbiriàcu chi tornau a la casa a ràχuni “, oppure “Jiàmu ca ‘ndi raχàmu” per dire ci divertiamo, ci facciamo trasportare. Per fare questo, a mia memoria, a Cincrundi sino a metà anni ’60 si costruivano degli attrezzi rudimentali con spezzoni rettangolari di legno usato e quattro cuscinetti meccanici che fungevano da ruote e sui marciapiedi del Corso Garibaldi o arretu ‘o Burgu, oppuru arretu ‘o Giardinu era uno spasso per me vedere i più bravi e coraggiosi farsi trasportare velocemente da questi attrezzi
Ràχatu – Si definiva così quel respiro affannoso tipico dei moribondi
Rampàri – si tratta di un lavoro agricolo di pulizia e di appianamento intorno agli ulivi, eseguito con la zappa, per agevolare la raccolta delle olive cadute
Rapìsta – rape, buonissima verdura selvatica, ma si usava per definire una persona ignorante, poco incline anche allo studio elementare.
Rapulijari – raccogliere le olive sparse sulla strada dalle pendine degli ulivi
Rastijari – annusare, andare a naso, jiri ‘o rastu,come fanno i cani per scovare qualcosa. Quasi simile a χiàvurari (odorare)
Razzi – ravanello selvatico, verdura commestibile e benefica per la salute.
Rechìticu – rachitico, affetto da una crescita al di sotto della norma
Règula – regola, norma ma anche l’asta di legno con la quale i muratori tracciavano le linee rette
Renditura – tornata spontanea del latte delle donne allattanti; abbondanza di latte.
Restatini – avanzi, rimasugli
Retatini – ciccioli di maiale che rimangono in fondo alla caddara quando si cuoce per ore e ore la carne di maiale e le frittole nel loro stesso grasso
Retipuntu – Impuntura, cucitura a punti fitti
Ribbèdhari – mettere in subbuglio con alta voce, chiasso e gesti molto evidenti
Ribbèdhu – subbuglio, chiasso, frastuono, tumulto
Ribbùmbari – rimbombo,forte rumore
Ribbusciàtu – debosciato, estremamente trascurato nella condotta di vita e nel comportamento
Ricchjàli – orecchioni, parotite
Ricogghjri – nella forma transitiva chiamare a raccolta,organizzare, adunare. Nella forma intransitiva ritirarsi a casa “Cumpari Cicciu si ricogghju di jusu” o nel pproprio paese di residenza> Cumpari Micheli doppu tant’anni di Francia, si ricogghju a Cincrundi
Ricottara – la pastora che vende le ricotte che hanno prodotto le sue capre. Ai tempi della mia giovinezza ogni tanto si definiva così una ragazza a cui non dispiacevano gli abbracci
Ricrijari – riprendersi,risollevarsi all’aria fresca di “Parlatu”, a Perciana, al riparo della calura estiva; oppure d’inverno al caminetto con un buon bicchiere di vino e quattro amici. Sinonimo anche di divertimento
Ricùnzulu – è il gesto riconsolante degli amici stretti di un defunto che preparano per i suoi cari a lutto un pranzo o una cena
Riggèttu – riposo, quiete,calma. Tipica l’espressione ” Peppi nostru non nd’avi riggèttu, non nd’avi abbentu” > Peppe nostro non si ferma mai, è impaziente.
Rigùgghju – Rigoglìo, esuberanza, ardore. “Agustinu nd’avi rigùgghju ‘i ‘ncodu ” > Agostino ne ha ardore, addosso!
Riχatari – Respirare, rifiatare, interrompere per un po’ il lavoro.Anche questa parola contiene la nostra cara antica lettera greca che pronunciamo a modo nostro come per dire χiàtu (alito, respiro)
Grazie Mimi per il tuo impegno . Il dialetto è una lingua da non dimenticare e da trasmettere ..
continua a farci ricordare tutte queste belle parole di un’altro tempo.
Grazie carissimo Michele per il gradimento e l’incoraggiamento che mi rivolgi a proseguire in questo appassionato ed appassionante lavoro di conservazione del nostro dialetto, che non è solo una lingua, ma un modo di comunicare. L’incoraggiamento tuo è significativo, perchè giunge da un caro amico, da un “cincrundiso” che vive in Francia da oltre cinquant’anni. L’emozione e la sorpresa che tu provi a rileggere le parole antiche e i proverbi del tempo che fu, dopo cinquant’anni trascorsi a Parigi e sui cieli del mondo con la tua prestigiosa carriera di assistente di volo, significano qualcosa. Sei stato a contatto con gente di ogni dove, ma quanto scrivi mi convince sempre più che la memoria storica, il bagaglio esperenziale, la qualità dei sentimenti che legano le persone per tutta la vita non possono prescindere dalla magìa delle parole apprese da bambini, nelle nostre famiglie, in dialetto “cincrundisu”. Ecco perchè ora,da anziani, quando dobbiamo esprimere un sentimento lo facciamo in modo autentico solo in dialetto, la nostra lingua da non dimenticare, da trasmettere, come tu dici.
Grazie mi sono proprio “ricriXata”