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Vita e opere di Nicola Antonio Manfroce, il geniale e famoso compositore e musicista originario di Cinquefrondi. Volete ascoltare le sue musiche ? allora andate sul sito https://nicolaantoniomanfr.wixsite.com/manfroce che, grazie al concittadino  Michele Manferoce, raccoglie e propone gratuitamente le produzioni più belle di Nicola Antonio e mille altre notizie e notiziole che vale la pena di sapere su questo personaggio, purtroppo ancora non conosciuto come si meriterebbe.

Del musicista abbiamo già anticipato qualcosa recentemente su queso sito. Qui di seguito invece ci parla molto diffusamente di Manfroce uno dei suoi maggiori conoscitori, cioè il dott. Carmelo Neri, che ringraziamo per la gentilezza e disponibilità a collaborare con questo sito dedicato a Cinquefrondi e cinquefrondesi. A suo tempo, nel lontano 1968, Neri dedicò proprio a Manfroce la sua tesi di laurea in Lettere moderne all’Università di Messina, finendo per appassionarsi alla vita e alla storia del compositore, che ha continuato a studiare anche in tempi successivi. E proprio a Neri si deve in gran parte la scoperta e riscoperta pubblica di un artista che rischiava di finire nel dimenticatoio, anche a causa della sua morte prematura. Buona lettura

 

di Carmelo Neri

          Sul finire del Settecento il piccolo comune di Palmi Calabro, che allora si chiamava “Palme”, denominazione attestante, a quanto pare, un’abbondanza di palmizi nel territorio, contava press’a poco 4800 anime. La bella cittadina, più volte distrutta dai terremoti, è sempre risorta dalle macerie, di certo per l’attaccamento dei suoi abitanti ai mirabili panorami che si osservano dalle sue alture e per la straordinaria fertilità della campagna circostante, ricca di uliveti, vigneti, agrumeti ecc. Altre risorse dell’economia del luogo sono le attività commerciali, industriali e artigianali, che hanno determinato condizioni di vita migliori di quelle dei paesi vicini, soprattutto dell’entroterra, rimasti in gran parte isolati e tagliati fuori dalle principali vie di comunicazione. In tale stato si trovava anche Cinquefrondi, che ebbe origine «dalla riunione di cinque villaggi distrutti da un terremoto nel sec. XVII», da dove Domenico Manfroce e Carmela Rapillo (pare che la mamma sia nata a Bagnara), genitori di Nicola Antonio, decisero un giorno di allontanarsi e di fissare proprio a Palmi la nuova residenza.

Nicola Antonio Manfroce, disegno di Edoardo Matania, 1810

        Questa parte della Calabria nel 1783 fu funestata da un terremoto di elevata intensità, avvenuto quando la famiglia Manfroce abitava ancora a Cinquefrondi, che andò tutta in rovina, mentre Palmi subì soltanto danni parziali, e, tra l’altro, conservò intatta la “civica Fontana”, che si ammira ancora oggi. Dopo quel disastroso evento don Domenico, un valente organista, decise di traslocare con la sua famiglia, mosso dal desiderio di procacciare un futuro migliore ai suoi cari. Palmi lo attirava di certo, e non solo per i buoni servizi che offriva, ma anche perché era provvista di un’eccellente banda musicale e di chiese che necessitavano spesso dell’opera di maestri di cappella; c’era pertanto la possibilità di trovare del lavoro e di poter procacciare l’occorrente per mantenere un’onesta famigliola. 

Domenico Manfroce, bravo organista  e direttore di banda

         In merito all’attività di don Domenico, in occasione del bicentenario della nascita di Nicola, è apparso su un periodico reggino un prezioso articolo, a firma di Francesco Lovecchio, a cui si deve molta gratitudine per questa lodevole ricerca che ha permesso di apprendere parecchie notizie interessanti:  Lovecchio sostiene che i Manfroce, abbandonata Cinquefrondi, si stabilirono a Palmi «qualche anno dopo il terribile terremoto del 5 febbraio 1783», e il trasferimento sarebbe avvenuto nell’intervallo di tempo tra il 1784 e il 1786, perché in un atto notarile del 3 aprile 1784, compilato dal notaio Filippo Catalano, e  custodito presso l’Archivio di Stato di Palmi, è allegata una procura  «con la quale Domenico e Carmela Rapillo autorizzano Nicola Manfroce, padre e suocero a… vendere, ed alienare il sopradetto fondo di Pietra della Marvizza a detto Magnifico Antonino Petracca»; al tempo dell’anzidetta procura, come precisa Lovecchio nello stesso articolo, i Manfroce erano ancora residenti a Cinquefrondi, mentre un altro foglio dello stesso notaio lascia intendere che nell’anno 1786 la loro residenza era già fissata a Palmi.

         Un altro interessante atto notarile è stato commentato da Rocco Liberti su una rivista pubblicata a Palmi, e da esso si apprende qualcosa di più concreto sulla professione di don Domenico. Si tratta di una scheda del notaio Francesco Antonio Burzì, che porta la data del 3 ottobre 1802; in essa si afferma che il padre di Nicola per tre anni consecutivi si era recato a Rizziconi  insieme con la banda (di cui era, come appare chiaro, il direttore) per solennizzare la festa del S.mo Rosario. Nel documento in questione quel bravo organista si mostrò contrariato perché «…nei vari viaggi effettuati a Rizziconi ha notato che l’organo sistemato nella matrice non rispondeva ai requisiti voluti, ma si qualificava dell’intutto disordinato, e scomposto…».  Insomma quello strumento stava per andare in rovina, e il bravo organista, cui tutti i giorni “per la sua professione” si offriva il destro di visionare “un’infinità di organi”, se ne rammaricava, e forse per giustificarsi e opporre le sue buone ragioni alla probabile contestazione di non averlo suonato durante l’anzidetta festività.

        A Palmi tentava invece di guadagnare qualcosa con lezioni private, e la sua bravura sembra che gli portasse il lavoro fino a casa.

         Nell’abitazione di don Domenico esisteva una spinetta o un clavicembalo, e di questo strumento approfittava anche il piccolo Nicola, che fu uno dei tanti bambini prodigio di cui la storia della musica offre esempio. Della sua precoce passione per l’arte dei suoni ha scritto negli anni intorno al 1860 uno storiografo palmese, Domenico Guardata, e il suo racconto è il seguente:

  «Nacque Nicola Manfroce verso gli ultimi anni dello scorso secolo, e sin dalla più tenera età manifestò un amore grandissimo per la musica; talchè spesso mangiando soleva anche suonare il pianoforte. Giunto all’età di anni 11, e condotto a Catanzaro come membro di una compagnia di musica palmese, invitata in quella città in occasione di una festa, i Catanzaresi in vederlo mossero le lagnanze contro il Sign. Jonata, direttore della musica, perchè in un’orchestra così rispettabile si fosse introdotto un ragazzo. Ma allorquando essi sentirono il Manfroce dar moto al suo strumento, oh! Allora non solo più inetto lo reputarono; non solo mille voci di acclamazione per l’aere echeggiarono; ma per impossibile ritennero esser egli uomo, bensì uno spirito. Or dirigendo un dì un’orchestra di musici nella Chiesa de’ P.P. Riformati in Palmi, ed udito da un tal D. Gaetano Cresci negoziante, questi ammiratosene lo condusse in Napoli per metterlo a sue spese in un istituto musico di quella città; ma fallito immediatamente nel negozio il Sig. Cresci, era il Manfroce sul procinto di ritornare in Palme, allorquando per cura di altro benefico uomo, del Signor Antonio Bianchini, entrò in uno de’ Conservatori».

    Negli anni vissuti a Palmi

          Francesco Florimo (1800-1888) afferma le stesse cose, e si può ben credere che avesse conoscenza di questo racconto; tuttavia il benefattore napoletano è da lui denominato Signor Bianchi. Né Florimo, né Guardata precisano quale fosse lo strumento suonato dal piccolo Manfroce al seguito della banda di Palmi, non più diretta da suo padre, forse ammalato, ma da un altro valente maestro, Antonio Jonata, che pare lo abbia sostituito anche nell’incarico di direttore della “Musicale Cappella” della Chiesa Matrice.

     La scomparsa di Don Domenico, se avvenne nel 1803, come è probabile, lasciò moglie e figli nel lastrico, e può essere in qualche modo collegata al destino di Nicola, il quale, allontanandosi da casa, sottrasse alla famiglia un’altra bocca da sfamare. Comunque sia, in questa narrazione ottocentesca è già ufficializzata la nascita del mito: si incominciò così a favoleggiare su questo ragazzo, mostro di bravura, che, passato velocemente tra gli uomini, lasciò un’insopprimibile impronta della sua genialità. 

        In un altro scritto del medesimo periodo, anch’esso poco conosciuto e non privo di errori, si esalta l’eccezionale valore di Manfroce:  «Entrato nella puerizia nel Real Collegio di Napoli, il suo genio vasto campo trovò  agli studi dell’armonia, nei quali, senza posa, diligentemente attese…, finchè, giunto al ventunesimo [erroneo per diciannovesimo – ndr] anno di sua età, volle esordire con lo spartito: Alzira, il quale, per tessitura e acconciatezza di strumentale, non che per la delicatezza di canto, venne unanimamente rimeritato di frenetici applausi – scrisse eziandio musiche per chiesa, le quali per sfoggio di dottrina, per gravità di stile, e per bellezza di motivi, meritarono rinomanza imperitura – E fra queste primeggia una messa a grande orchestra, che può ben a ragione ritenersi a modello di quanti si dedicano a dettar musiche in argomenti sacri – Nello stesso spartito (…) si ravvisano vivacità di immagini, felicità di cantilene, potenza di accordi, a dir breve, i preliminari di un genio che stava per sorgere. Nelle musiche poi, di genere chiesastico, si scorge la severità di chi seppe bellamente attingere ai capolavori di quei sommi maestri, che grandemente contribuirono a formare la scuola musicale napoletana. Questo fiore gentile non ebbe appena mandata la fragranza del suo odore, che venne reciso dal suo stelo».

        Altrove si legge che nella natìa Palmi l’adolescente Nicola si esercitava a suonare l’organo della Chiesa parrocchiale, intendendo quello della Chiesa Madre o quello della Chiesa dei P.P. Riformati in cui avvenne l’episodio, riportato in vari cenni biografici (anche in lingua straniera), della Messa che entusiasmò quel tal Cresci, e che si dice da lui composta senza avere studiato armonia e contrappunto.

    Come Palmi onora la memoria di Manfroce

        La città di Palmi si è sempre prodigata per onorare la memoria dell’illustre concittadino, e nel 1859 volle intitolargli la strada detta “delle Muraglie”  e la piazza adiacente; in tempo successivo, in occasione del primo centenario della sua nascita, per iniziativa del locale “Circolo Mandolinistico Francesco Cilea” e per mezzo di una sottoscrizione popolare, gli fu innalzato un busto nella Villa Comunale, opera dello scultore Vincenzo Jerace (1862-1937), che riproduce il bellissimo  ritratto a olio del maestro, dipinto nel 1875 dal pittore romano Vincenzo Salvato Paliotti (?-1894).

        Tale dipinto è stato riportato a colori e a pagina intera in un volume di ritratti di compositori, ed è stato così descritto: «È proprio un ragazzo, il compositore che con gesto rapido si stringe contro il petto il foglio di musica arrotolato, come a impedire che glielo portino via e guarda con gli occhi vivi, glauchi e ben aperti qualcosa che viene dall’alto a coprirgli d’ombra il volto. È la morte che viene e coglie prematura quest’ultimo «fanciullo divino» della scuola napoletana, le cui opere avevano avuto clamoroso successo, facendo sperare in un musicista degno dei famosi predecessori. Il pittore tardo romantico – bravissimo nel rendere pelliccia e capelli – che ce ne dà un’immagine nobilmente patetica, e non sappiamo quanto somigliante all’originale, senza dubbio vuole suggerirci tristi emozioni e amari pensieri sulla caducità umana».

         L’immagine del musicista fu effigiata in altre due sculture: nel 1845 fu riprodotta in un medaglione presso il Conservatorio napoletano, e nel 1955 il suo volto fu scolpito da Michele Guerrisi (1893-1963); tale scultura è custodita nella città natale. Nel 1893 fu edificato a Palmi un “magnifico teatro”, intitolato al Manfroce, e inaugurato con la Tilda di Francesco Cilea, diretta dall’autore. All’opera fu fatta precedere la sinfonia dell’Alzira, diretta dallo stesso Cilea. Il teatro fu distrutto dal terremoto del 1908.

         Resta ancora da rammentare un bel componimento del palmese avvocato Nicola Oliva (1867-1933) in una sua cantica, intitolata Il monte Aulinas, pubblicata nel 1890. Eccone il contenuto:

                      Qui fu Manfroce: il cigno che primiero

                           Dell’universo all’armonia serena

                          Volgendo l’alma, il core ed il pensiero

                      Ne tragge l’inno, e con mirabil vena,

                          All’arte, che sublima e molce e bea,

                          Lo coordina, e il reca sulla scena:

                      Donde il duolo d’Ecuba, che vedea

                          Perir la prole sventurata, e ‘l pianto

                          D’Alzira ogni cor fremer facea.

                       Gli sorrise la gloria, ed ahi, soltanto

                          Al suo avello sorrise! Il giovinetto

                          Dell’arte al sacro fuoco restò affranto.

                       La patria il pianse con verace affetto,

                          E voi spargete ognor fiori e ghirlande

                          Sull’avello di lui, troppo negletto.   

                                           

Il “Bellini calabrese”

          Si legge che Manfroce fu detto “il Bellini Calabrese…”, e questa definizione, che non è priva di fondamento, per esser meglio compresa  necessita di alcuni chiarimenti. Premesso che l’accostamento di Manfroce col grande maestro catanese, e non piuttosto a Rossini, col quale sembra avere maggiore affinità stilistica, può sembrare strano, azzardato, e quasi irriverente, è da credere che non lo sia affatto, soprattutto se si considera che questi due sfortunati operisti furono contrassegnati, quasi in tutto, da un comune destino: entrambi furono figli di un organista e appresero in seno alla famiglia i primi rudimenti dell’arte; entrambi mostrarono precoce inclinazione per la musica; entrambi furono allievi del Collegio di San Sebastiano a Napoli, ed ebbero gli stessi insegnanti; entrambi furono incoraggiati (o, per dir meglio, sfruttati) nei primi passi della carriera da Domenico Barbaja, famoso impresario del Teatro San Carlo della stessa città; entrambi fin dall’esordio ebbero in sorte eccezionali compagnie di canto; entrambi orientarono per innata sensibilità la loro produzione verso il melodramma serio o tragico; entrambi amarono esaltare nelle loro composizioni la melodia più che l’armonia e l’orchestrazione (in verità più robusta in Manfroce); entrambi si fecero ammirare per l’avvenenza della persona; entrambi, dopo che le donne ebbero tanta parte nella loro esistenza, morirono ancor giovani; e infine entrambi, cessando di vivere, non ebbero accanto al letto di morte il conforto dei propri cari.

         Inoltre a Manfroce furono e sono tuttora rivolte lodi che si potrebbero indirizzare uguali all’autore di Norma, perché il giovane palmese, soprattutto nell’Ecuba, sua seconda “armonica melodiosa composizione”,  ha dimostrato una singolare maestria nel sapere, come il Catanese, “secondare felicemente la parola”, cioè di prestare la dovuta attenzione al testo poetico, facendosi anch’egli apprezzare per la purezza e la semplicità delle linea melodica, che si direbbe appunto “belliniana”; ciò si osserva soprattutto in alcune sue tenere ariette, come “Povero cor perchè” (esistono in rete molti video, in cui il brano è eseguito da giovanissimi cantanti) dell’Alzira e “Miei voti appaga” dell’Ecuba. Doti di «…classica concisione, di quella venustà, di quell’incisiva semplicità, che non è mai semplicismo…», gli sono state riconosciute da Giovanni Carli Ballola, uno dei più autorevoli dei critici musicali italiani, a proposito del duetto “Ambi avrem fino alla morte” della stessa Ecuba.

         Il tempo rende ora giustizia al musicista palmese, e ha tolto per sempre il suo nome dal limbo degli operisti “minori” o affatto trascurabili. Eppure fino a pochi decenni fa sembrava che sul suo conto non ci fosse più nulla da scoprire, e che le vicende più significative della sua breve vita e della sua opera fossero tutte compendiate nel commovente profilo biografico che di lui ha tracciato Francesco Florimo nei suoi famosi volumi sulla scuola musicale napoletana. Era quasi inutile cercare alla voce “Manfroce” anche nelle comuni enciclopedie, e, consultando qualche testo di storia della musica, s’incontravano riprodotte, come in fotocopia, poche e scarne notizie già presenti in altre pubblicazioni.

         Il successo della sua Alzira, rappresentata in numerosi teatri italiani, talora in coppia col Tancredi di Rossini, ed eseguita dai più celebrati cantanti dei primi anni dell’Ottocento, aveva fatto presagire una folgorante carriera, e il maestro ebbe un momento di grande notorietà. Di lui ci si occupava anche all’estero, e ne è una prova che sull’«Allgemeine Musikalische Zeitung» (ed. Breitkopf und Härtel, Leipzig – n. 50, dicembre 1821), a pochi anni dalla morte, lo si ricordava ancora come “un compositore di grandissime speranze” (“Manfroce, ein äusserst hoffnungsvoller Tonsetzer…”), morto in età giovanile, dopo qualche prova molto felice («…der jedoch nach einigen sehr glücklichen Proben»); si aggiungeva che la sua Ecuba, scritta per Napoli, e l’Alzira scritta per Roma, «gli hanno procurato onore da parte dei conoscitori e applausi da parte del grande pubblico» («…haben ihm Ehre von den Kennern und Beyfall im grossen Publikum verschafft»). 

          L’Ecuba, considerata il suo capolavoro, confermò le speranze che su di lui erano state concepite, speranze troncate dalla morte prematura, che gli tolse finanche quell’universalità di fama, che, vivendo, avrebbe senz’altro conseguita. In questi ultimi tempi si è avuto, un inaspettato risveglio d’interesse sulla sua attività artistica, e, tra gli altri, a occuparsi di lui sono stati importanti studiosi come Claudio Casini, Paolo Isotta, Renato Bossa, Giancarlo Landini, e il già citato Giovanni Carli Ballola, che spesso lo ha menzionato nei suoi scritti.

         È noto che l’Ecuba sul finire dello scorso secolo è stata ripresa in alcuni teatri, e che, rappresentata in tempo più recente a Martina Franca, ha ottenuto un lusinghiero successo. Spiace però dover osservare che le moderne esecuzioni di questo melodramma non possono giudicarsi del tutto conformi alla produzione originale, soprattutto perché si continua ad assegnare il ruolo di Priamo a cantanti bravi ma con caratteristiche vocali diverse da quelle possedute da chi fu  l’interprete della prima edizione; e infatti  a Napoli nel 1812, la parte del re di Troia fu sostenuta da Andrea Nozzari, cioè da un baritenore, con un timbro di voce quasi baritonale,  che è  più adatta per un ruolo non giovanile.

          L’Ecuba, che è di quelle opere che si gustano appieno solo dopo ripetuti ascolti, ha il pregio di non stancare, di non annoiare come tante altre, e anzi, avendo la pazienza di sentirla più volte, si scopre più gradevole della stessa Vestale di Gaspare Spontini, che da Manfroce fu presa a modello durante la composizione.

         Gli anni trascorsi a Palmi non possono non essere ricordati con altri episodi notevoli che lo riguardano: se il suo arrivo a Napoli si fissa nel 1804, e l’episodio della Messa risale a quando aveva dodici anni, cioè al 1803, tra i due eventi ci fu qualche intervallo di tempo. Inoltre è facile immaginare che il viaggio, durante il quale Nicola ebbe compagno il suo primo benefattore, sia avvenuto con partenza da uno dei due piccoli scali marittimi di Palmi, denominati “Marinella” (collegata alla città da una ripida strada che permetteva di superare un dislivello di circa 250 metri) e “Pietrenere”. La cittadina calabra allora era abbastanza attiva nel commercio via mare, e si avvaleva di collegamenti diretti con Messina, Napoli, Genova, Livorno, e finanche Marsiglia.

         Interesse per la musica mostrò anche Natale Manfroce, fratello del maestro, di cui sono note due composizioni custodite presso il Conservatorio «G. Verdi» di Milano, unite a un consistente gruppo di manoscritti di Nicola. Si tratta di “variazioni” su temi della Semiramide di Rossini, con dedica a un tal Luigi Versace, che può identificarsi in un analogo personaggio, conosciuto da Florimo, e menzionato nell’epistolario belliniano. Natale, probabile primogenito (Ferraro ha desunto da vecchi registri parrocchiali che fu cresimato il 6 aprile 1802), pare che in seguito abbia avuto incarico di maestro di cappella nella vicina città di Bagnara. Delle sorelle Vincenza e Maria Antonia, più piccole di età, si conosce poco: quest’ultima sposò Emanuele Savoia, padre di Paolo Savoia, compositore, che fu allievo di Gaetano Donizetti e di Francesco Ruggi nel Conservatorio napoletano.

        Una cronaca riguardante una rappresentazione dell’Alzira al San Carlo di Napoli sul finire del 1818, apparsa sul «Giornale del Regno delle due Sicilie» in data 7 gennaio 1819, riferendosi alla morte precoce del maestro, non fa alcun cenno del padre (e ciò conferma che era già morto) e neppure del fratello Natale: «Mancato sul cominciare della sua carriera, e quando tutto rendealo sicuro di potere essere un giorno il sostegno di sua famiglia, lasciò egli nella desolazione la madre e due sorelle di tenera età, le quali sarebbero rimaste abbandonate all’indigenza, se non occorrevano in loro soccorso la provvidenza del Governo, e le sollecite cure di una di quelle anime generose che appaion rare sulla terra per rendere cara la virtù, e per fare arrossire quanti con colpevole egoismo mostransi indegni di favori della sorte».

        Chi fu mai quest’anima buona che aiutò la famiglia Manfroce? Non è facile identificarla, ma neppure si può escludere che sia stata una certa “marchesa N.N.”, la stessa che da Piero Maroncelli, affettuoso amico di Nicola Antonio, fu ritenuta responsabile di avere arrecato grave danno alla sua salute.

 

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