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Com’è fatto l’inferno ?  240 anni fa i cinquefrondesi lo videro da vicino, prima che molti di loro venissero inghiottiti dalle profondità della terra, o travolti dai rovesciamenti di interi appezzamenti agricoli o dalle macerie della propria abitazione, oppure ancora risucchiati dai crateri che come funghi spuntavano qua e là, mentre la terra tutt’attorno si sollevava vomitando sabbia infuocata, e interi ‘pezzi’ di campagna sembravano ‘camminare’.

Era il 5 febbraio 1783 quando intorno alle 12.45 un fenomeno da fine del mondo sconvolse la Calabria e il messinese.

Lo chiamarono terremoto, ma fu molto di più. Le case non si limitarono a ballare per qualche secondo prima di sbriciolarsi l’una addosso all’altra. E questo già sarebbe stato drammatico di suo. No, quello del 1783 fu un evento che gli studiosi ancora stanno cercando di approfondire in ogni dettaglio, perché ci fu un rovesciamento della superficie terrestre, come se un mostro gigantesco si fosse svegliato nelle viscere della terra e avesse deciso di prendere aria, alzandosi in piedi e scrollandosi di dosso tutto ciò che lo copriva.

Il 5 febbraio per tre lunghissimi interminabii minuti la terra prima sussultò e poi sembrò girarsi e rigirarsi su sè stessa, smuovendo pezzi di montagna, scardinando alberi e case come fossero di carta; interi pezzi di campagna si spostarono, anzi letteralmente ‘camminarono’ di lato o scivolarono verso il basso. Laddove c’era una collinetta sorse una valle, il corso dello Sciarapotamo e di altre centinaia di corsi d’acqua calabresi fu deviato. Nella piana di Gioia Tauro spuntarono a decine laghetti e nuovi fiumiciattoli. Nel nostro paese e a Polistena, ma anche altrove, la terra e la sabbia smosse dalle profondità presero fuoco, divennero simili alla lava vulcanica, ciò che si era salvato dalla scossa fu distrutta dalle fiamme, si aprirono crateri terrificanti. Il paesaggio cambiò letteralmente aspetto e possiamo solo immaginare il terrore negli occhi dei nostri compaesani di allora di fronte a un così apocalittico scenario.

La catastrofe del territorio portò con sé un disastro umano di proporzioni pazzesche, nella sola Cinquefrondi persero la vita ben 1343 persone, come ha documentato il prof. Rocco Liberti,  esperto storico e studioso della nostra terra, che anni addietro ha spulciato gli archivi parrocchiali e altri documenti, alla ricerca di dati precisi sulle vittime di quella tragedia. Un tributo di sangue inaudito al quale si aggiunsero centinaia di feriti e una popolazione rimasta pure senza niente da mangiare e in condizioni sanitarie pessime, tanto che di lì a poco scoppiarono casi di malaria e altre malattie.

La catastrofe si svolse in più fasi: il 5 febbraio la scossa micidiale delle 12.45 (XI° grado della scala Mercalli) fu seguita da un’altra di uguale intensità verso le 19, il giorno dopo ce ne fu un’altra ancora e il sette febbraio alle 4 del pomeriggio arrivò il colpo di grazia “che finì di abbattere le città e i villaggi”.  Altre due scosse violente si registrarono l’1 e il 28 marzo. Quel misterioso rivoltamento della terra si era portato via tutto, case chiese strade alberi ponti: all’alba dell’8 febbraio Cinquefrondi non esisteva più, e così pure Polistena, Melicucco, San Giorgio e Anoia, per dire dei paesi più vicini.

La Calabria perse complessivamente oltre 31mila dei suoi 440mila abitanti.

Secondo gli studiosi quelle cinque scosse facevano parte di un fenomeno sismico (poco appariscente) cominciato alcuni anni prima e finito nel 1786. Uno studio dell’Università della Calabria ricorda che l’epicentro delle prime due scosse più violente del 1783 fu localizzato nell’area compresa tra Bagnara, S. Cristina, Cinquefrondi e il tratto di mare fra Palmi e Gioia Tauro.

Avuta notizia del disastro, il re di Napoli Ferdinando IV oltre ai soccorsi mandò in Calabria anche una commissione di studiosi della Reale Accademia delle scienze, accompagnata da tre esperti disegnatori (in assenza di fotografi….) per studiare e documentare l’incredibile accaduto.

Nella ’Istoria del tremuoto del 1783′ pubblicata un anno dopo da Michele Sarconi, a proposito di Cinquefrondi si legge:  “…tutto fu qui distrutto nel più terribile modo. Al soqquadro si unì l’avvallamento in grado tale che rimasero profondamente sepolti uomini, animali, mobili e gli stessi rottami degli edifici inabissati. Indicibile fu la cura con cui il governo tentò di far riaprire le strade, sgomberare le rovine, recuperare il perduto e difendere quelli che rimasero in vita dai torti che ricevere potevano dagli uomini, e dalle bestie, che giacevano entro quel cieco rovinio chiusi e imputriditi. Noi trovammo solo esistente uno dei muri dell’antico castello, convertito in altra età in palazzo baronale”.

I visitatori reali descrissero, fra l’altro, lo sfacelo di contrada Ventriconi dove “la pubblica strada orribilmente si divise e ruinò, in parte avvallandosi, e in parte squarciandosi, col precipitare nei sottoposti terreni”.

L’attuale Vallone Macario si formò probabilmente in quei giorni e così pure la discesa lungo la Villa che dal livello della vecchia Pretura conduce oggi fino all’ingresso del paese.

Furono tempi di grave sofferenza per quella povera gente nostra, ogni famiglia contava i propri morti, i feriti giacevano ovunque, i soccorsi erano per forza di cose precari, tantissime vittime rimasero a lungo fra le macerie in attesa di ricevere  sepoltura. Che si sappia il terremoto del 1783 è stata la più grande sciagura che si sia mai abbattuta su Cinquefrondi nel corso della sua lunga storia. Altri terremoti e epidemie ci furono prima e dopo quell’evento, ma nessuno ebbe quelle immani dimensioni.

Proprio in seguito a quel terremoto, nel Regno di Napoli furono varate le prime leggi per favorire un’edilizia, per quanto possibile, antisismica. Come rilevato dalla commissione di re Ferdinando, nulla dei fabbricati di Cinquefrondi si salvò, tranne un pezzo del muro appartenuto probabilmente all’antico castello baronale che sorgeva nella zona del Carmine, tutto il resto fu raso al suolo.

Successivamente e soprattutto lentamente il paese risorse e si strutturò un pò alla volta per come noi lo conosciamo; a lungo però il quartiere più grande di Cinquefrondi fu il cosiddetto Rione Baraccamento (l’attuale zona di Piazza Marconi e dintorni), che deve il suo nome alle baracche in legno in cui parte della popolazione, e anche uffici pubblici, trovarono ospitalità per circa un secolo e mezzo, cioè fino agli anni ‘20 quando il Comune realizzò in quell’area un primo nucleo di case popolari.

foto Archivio Storico Tropeano

 

 

 

 

 

 

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