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Fra pochi giorni, esattamente il 7 settembre, saranno 60 anni dalla morte di Pasquale Creazzo. Il nostro illustre concittadino, letterato e pittore, attivista politico, appassionato di storia e cultura locale era nato l’8 marzo del 1875, perciò aveva 78 anni quando lasciò questo mondo.

Per i cinquefrondesi Pasquale Creazzo, o don Pasquale come dicono ancora alcuni anziani, è un monumento. Oltre a essere stato un brillante poeta dialettale, pittore e archeologo dilettante, fu soprattutto un attivista politico, fondatore della prima sezione socialista della Piana di Gioia Tauro e poi militante del partito comunista, che però poi abbandonò. Nel tempo si è guadagnato la stima e  il rispetto anche di molti fra coloro che invece ebbero idee politiche diverse o che con lui non andarono d’accordo, ma ne hanno sempre riconosciuto e apprezzata l’intelligenza, la preparazione e la coerenza. A Creazzo infatti non si può non riconoscere serietà, passione per le cose che ha fatto e per gli ideali ai quali ha aderito, insieme a un grandissimo senso della libertà che lo portò a compiere scelte e assumere posizioni a volte davvero inaspettate e imprevedibili, come vedremo.

Per ricordare don Pasquale, e per farlo conoscere ai giovani che di lui sanno solo il nome, pubblichiamo a partire da oggi una serie di articoli. Cominciamo con uno scritto del prof. Bruno Demasi, che molti cinquefrondesi conoscono anche sui social, appassionato studioso e conoscitore della nostra terra. Demasi pubblicò qualche anno fa sul blog che dirige da Oppido dove risiede  (https://hagiaagathe.blogspot.com/) un saggio molto interessante nel quale si ricostruisce fin nei minimi dettagli la storia del nostro concittadino e lo inquadra nel contesto sociale e politico del tempo in cui visse. Il prof. Demasi ci ha consentito di riprodurre integralmente il suo articolo per i lettori di ‘Cinquefrondi nel tempo’ e di questo lo ringraziamo.

di Bruno Demasi

Nu iornu u Patri Eternu si levau
si fici l’occhi chini di sputazza
e ch’i mani nta buggia s’avviau
mi vidi chi si dici supra a’ chiazza,
ma si fici nu mari di fururi
quando vitti carompula a culuri…

Così scriveva nel maggio del 1898 lo studente/poeta Vincenzo de Angelis ristretto in carcere dopo lo scioglimento della prima sezione socialista nata appena un anno prima sulla costa ionica della provincia reggina e di cui egli era stato uno dei fondatori. Al fine di divulgare le idee socialiste a Brancaleone, da universitario, tra la fine del 1896 e l’inizio del 1897 aveva fondato infatti il circolo socialista detto “ Zappa e Martello”, che successivamente avrebbe preso il nome di “Emancipazione e Lavoro”. La prima sezione socialista di Brancaleone venne appunto costituita all’interno del predetto circolo, che l’anno successivo, in data 18 maggio 1898, venne però sciolto con decreto del Prefetto di Reggio Calabria, in quanto considerato sovversivo. I 90 aderenti al circolo vennero identificati e De Angelis ed altri 21 soci,vennero arrestati.
Sul versante tirrenico reggino le idee socialiste invece attecchirono con relativo ritardo. Rispetto ai fatti di Brancaleone occorse infatti ancora un buon decennio perchè nascesse a cavallo tra il 1909 e il 1910 a Cinquefrondi ad opera di un altro giovane del luogo, Pasquale Creazzo, il primo circolo di lavoratori, ma è impressionante l’analogia tra i fatti di Cinquefrondi e quelli di Brancaleone, tra l’impegno politico e sociale di De Angelis e quello di Pasquale Creazzo, entrambi colti e impegnati, entrambi politici fino al midollo, entrambi amanti e praticanti della poesia contadina e vernacola.

L’incredibile vita di Pasquale Creazzo merita sicuramente di essere ricordata con ammirazione come un unicum eroico in un contesto civile e sociale praticamente inesistente, con le terre quasi compeletamente in mano a pochissimi piccoli latifondisti gretti e meschini, una classe operaia sfilacciata e appena accennata da alcuni artigiani che facevano la fame senza alcun orario di lavoro.

Era nato a Cinquefrondi l’8 marzo 1875 da un segretario comunale e da Giuseppina Grande, discendente da una ricca famiglia di Torre Ruggero. Il padre morì giovanissimo lasciandolo orfano in tenera età insieme ad altri tre fratelli, nessuno dei quali ebbe la possibilità di proseguire gli studi. Il modestissimo patrimonio familiare fu consumato infatti molto presto tanto che il Creazzo, ancora ragazzo, dovette andare in cerca di lavoro e fu assunto in una segheria per abbozzi di pipe di radica di erica, legname nascosto e prezioso di cui abbondavano e abbondano ancora le balze dell’Aspromonte. Era però un ingegno molto versatile, di intelligenza molto viva e nel pochissimo tempo libero si dedicava allo studio, alla poesia e alla pittura. Fu il periodo formativo in cui ebbe i primi contatti con gli operai che segavano il durissimo legno di erica che di tanto in tanto venivano dalla Toscana e insieme col mestiere iniziavano a propagare le teorie del nascente socialismo.
La condizione servile e di totale sfruttamento di contadini e operai nella sua poverissima Cinquefrondi alimentarono in lui sin da giovane la rapida maturazione di un ardente credo politico che lo fece diventare presto un tenace sostenitore della causa dei poveri e degli ultimi. Divenne poi dal 1920 un irriducibile antifascista (resta famoso il rifiuto che oppose al saluto del gagliardetto durante una manifestazione fascista di piazza), tanto che fu aspramente perseguitato e più volte risatretto in carcere.
Nel 1894, l’anno di un terribile terremoto che mette a dura prova la Piana di Gioia Tauro già prostrata dalla fame e dall’analfabetismo, partecipa ai moti insurrezionali bakuniani, a Reggio Calabria, contemporaneamente a quelli svoltisi a Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo e subisce il primo di una serie di arresti. L’anno successivo insieme con una decina di compagni conosciuti nel capoluogo dà vita al nucleo originario della prima Sezione Socialista di Reggio Calabria.
All’alba del nuovo secolo, in seguito all’uccisione a Monza del Re Umberto I per mano dell’anarchico Bresci, a Cinquefrondi appare uno scritto murale così concepito: “Lutto Nazionale per causa di un fesso qualunque”. Vengono subito accusati e processati per apologia al regicidio i «sovversivi» fratelli Creazzo i quali, per sottrarsi all’arresto, fuggono attraverso i tetti delle case. Il principale accusato, il giovane fratello minore Francesco, ripara in America dove perisce in un tragico incidente ferroviario. Si saprà in seguito che lui stesso era stato l’autore dell’ambiguo scritto murale, con l’intenzione chiarissima di biasimo nei riguardi dello sparatore Bresci e non del Re ucciso.

La fabbrica di pipe

Tre anni dopo Pasquale si sposa con Alfonsina Avenosi che gli darà ben nove figli: Federico, Garibaldi, Libero, Alba, Bixio, Aurora, Adone Spartaco, Vera Era Rossa e Gloria. E’ un periodo in cui lavora intensamente per l’organizzazione e la formazione delle coscienze socialiste nella piana di Gioia Tauro e delle sezioni, ma nel 1906 per bisogno e per cambiare probabilmente aria è costretto a emigrare in America e capita nelle foreste ancora vergini della Carolina dove si lavorava per la costruzione di un tronco ferroviario. Qui denunzia, su un giornale del luogo, le malversazioni, le intimidazioni e i delitti della Società costruttrice: ciò provoca un allarme e un’inchiesta delle autorità governative, quindi per sfuggire al grave pericolo che lo minacciava e per le insistenze della moglie decide di rientrare in Italia. E dopo appena qualche anno dal suo rientro in Italia. esattamente nell’inverno tra il 1909 e il 1910 organizza a Cinquefrondi un numeroso circolo operaio dal quale nascerà la prima sezione socialista della Piana. Consideriamo la difficoltà del tempo, la mancanza assoluta di veicolazione delle idee all’interno dei poverissimi paesi della Piana, l’azione repressiva delle forze dell’ordine e dei prefetti dell’epoca, la carenza assoluta di mezzi. Eppure la sezione crebbe e si impose quasi subito come modello per tutto il mondo contadino, artigiano e operaio dell’intero territorio, tanto che quando nel 1911 il Creazzo iniziò una dura propaganda contro la guerra in genere, ma soprattutto contro l’impresa coloniale in Tripolitania, molte delle sue idee furono prese in prestito in vari comizi tenuti nei centri più dinamici della Piana. E il suo duetto, “La zappa e la spada”, qui riproposto anche nella versione canora di Pasquale Quaranta (clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=sC_2H-5I2FI) cominciò presto ad essere recitato a memoria in varie manifestazioni di piazza contro la guerra.

Nc’era ‘na zappa mpenduta a ‘nu muru
di ‘nu catòju niru affumbicàtu,
china di ruggia, queta, ntra lu scuru,
cu na lucenti sciàbula di latu.

La sciàbula nci dissi: « O zappa strutta,
vattindi, esci di ddocu pe favùri:
non è lu postu tój, tamàrra brutta
vicin’a mmìa chi lustru di sbrenduri.

Non bi’ ca feti a pesta di fumèri,
di terra e porcaria chi sai ‘nchiappari?
Lordazza, esci di ddocu ca non meri
di latu a nu strumentu militari!…

Eu vegnu di la guerra e cu l’onùri
di prìncipi, surdati e cavaleri,
ca fici valentìzzi a tutti l’uri,
mpilandu musurmàni e turchi veri.

E mi portaru ccà pe ‘nu ricordu
di groglia e di curaggiu militari,
e non vurrìa daveru mu m’allòrdu
mpenduta cu nu ferru di zappàri!

A tìa lu to patrùni ti lassàu
pe quantu si sdegnùsa, zappa brutta!
ma quando nd’appi a mmia si ricriàu,
se bòi pe mmu la sai la storia tutta.

E… ndi minàmmu botti di crepàri…
ndi ficimu jochétti ntra la guerra…
tagghjandu a MoriMamma e und’esci pari,
e non c’importa mu ca dormi ‘n terra!

Ca mó, cu vid’a mmìa si l’arricorda
li valentizzi sój, la sój persùna…
m’a ttìa, cu vid’a ttìa, zappùna lorda,
vicin’a mmìa pi scornu si mpuzzuna! »

La zappa cchjù non potti risístiri,
e nc’issi: « Veramenti si mprisùsa…
m’a mmìa non mi cumbínci lu to diri,
ca si putenti, guappa e valurùsa.

Lu vì, pi ttìa ‘sta casa è ruvinàta;
spirtu di nfernu, facci di guccèri,
nfama, spaccùna, brutta sbuccazzàta,
vattìndi tu di ccà, ca tu non meri.

Tu feti di peccati di ‘sassìna,
tu lustri di dolùri, chianti e guaj,
di sangu tu si lorda china china,
e tu smerdiji a mmìa pecchì zappài?

Undi t’azzìppi tu lu beni peri;
peri la gioventù e nun c’è chi fari,
ma und’eu zappài la terra cu fumèri
nzumàu lu megghiu cjuri di mangiari.

Pe mmìa si fa lu ‘ranu pe farina
e di la terra tutti li prodùtti;
senza di mìa non gugghij la cucina
e mancu vinu trasi ntra la gutti.

E nd’hai l’ardìri pe mmu mi mpuzzùni
ca lu patrùni meu m’abbandunàu;
ma quandu mi mpendìu cu lu spuntùni
sacciu io sula chianti chi jettàu!

Mu cangi’ammìa pe ttia, mu va a la guerra,
‘na leggi pripotènti l’obbrigàu,
se nno non jia m’arròbba strana terra,
pe cui la morti barbara trovàu!

E mó, guarda ‘sta vecchia nduluràta
chi lu figghiòlu ciangi notti e jornu;
guardala com’è affrìtta, scunsulàta,
ca ciangi puru tu se senti scornu.

Moríu, ntra ‘stu catóju l’abbundanza,
‘nu mantu di dulùri l’accuppàu!
finíu cu chianti e luttu la speranza,
chi mmu t’allàmpi tu e cu ti purtàu!

Scappa, fuji di ccà birbant’azzàru,
ca nun c’è mostru bruttu comu a ttìa,
va fa pe mmu ti ‘mpasta lu furgiàru,
pe mmu ti faci zappa comu mia! »

ll Partito Socialista si incrementò rapidamente, tanto che appena dopo due anni dalla fondazione della sezione di Cinquefrondi Creazzo riesce con l’aiuto di Nicola Mancuso, Carlo Mileto, Francesco Mercuri ( poi Sindaco socialista di Giffone) e di molti altri a costituire un comitato per la campagna elettorale che porterà all’elezione del socialista Francesco Arcà deputato al Parlamento avendo la meglio sul potentissimo giolittiano Giovanni Alessi ,che rimane trombato pur essendo abbondantemente appoggiato dagli agrari e dalla mafia dei campieri e delle guardianìe che imperversava in tutte le campagne della Piana.
La campagna elettorale fu veramente combattutissima. quasi sanguinosa, ma servì a diffondere in tutte le piazze idee
ed entusiasmi nuovi che il popolo non aveva mai nutrito. Cominciarono a girare foglietti, poesie, canti e ogni domenica tutte le piazze del Collegio erano affollate da molti comizi fortemente partecipati dalla gente, persino da alcune donne coraggiose
che per la prima volta riuscivano a organizzare squadre di raccoglitrici di olive che andavano ad ascoltare i comizi da lontano.
Era sicuramente un trascinatore con la sua dialettica suadente e pacata, ma decisa e nella vita pratica gli erano facili e congeniali tutte le iniziative che intraprendeva. Fu apprezzato collaboratore e corrispondente di molti giornali e riviste; quali l’Avanti, il Corriere della Calabria, La Fiaccola, Calabria Rossa, La Luce, Nosside, Calabria Avanti, Calabria Letteraria. Scrisse moltissimo, raccogliendo egli stesso le sue cose in 5 volumi manoscritti e in parecchi fascicoli di appunti e ricerche storiche, archeologiche, numismatiche, etniche, discorsi e commemorazioni varie.

Molte sue poesie furono pubblicate da varie riviste e giornali del tempo. Altre, compreso il volume di poesie dialettali dell’Abate Conia di Galatro, le pubblicò a sue spese. E ciò, se ve ne fosse ancora bisogno, dimostra il suo grande coraggio, ma soprattutto il suo grande valore intellettuale oltre che ideologico e civile.

Tanto versato nella politica, nelle arti e nello studio, non era un uomo d’affari. Aprì una delle prime sale cinematografiche una fabbrica di acque gassate e bibite, una oreficeria e orologeria, una segheria per abbozzi di pipe di erica ma, vuoi per la scarsissima circolazione di denaro legata ai tempi, vuoi per la sua generosità senza limite, ne usciva sempre in perdita, oppresso dai creditori e dagli opportunisti di ogni risma che non mancano mai:

Nci sù l’opportunisti pé natura,
Cuntenti tutti senza vucch’amàra;
Tutti li leggi accettan’a bon’ura…

Di cìnnari o farìna, sù crisàra.
Tra la gnuranza e la vigliaccaria
Si mbàrdanu e nun sannu mai pecchì;

Di capizza tiràti a la campìa,
Abbàscianu la testa e dinnu: sì…
Ma poi nci sù l’opportunisti veri

Chi cangianu culuri pé dinàri:
Di chisti (malanova mu li peri)
Cui noi li ncàppa…s’havi di guardàri.

Pé cchisti, non c’è credu e nnò partìtu,
Si jéttanu, undi nce di profittàri:
Tràdinu a Crìstu nChiesa e ad ogni sìtu

Jocandulu cù carti di pezzari!…
Di li difetti, ncé cù l’havi tutti,
E chisti sù li grandi farabutti!,

E se nsiamài su menzi ntilligenti,
Sù li cchiù perniciùsi dilinquenti!…
Dio mu ndi scanza, di sti mulinari!…

Se Cristu ncruci tornarìa appilàri,
Cù Juda accordarianu lu partìtu,
E cù la spònza nci darrianu acìtu..  (Li veri opportunisti).

Proprio per la miseria subito dopo lo scoppio della Grande Guerra è costretto a recarsi al Nord. Parte, a capo di una squadra di operai per il Friuli e precisamente per Cormons e Corno di Rosazzo dove fervono i lavori necessari per la difesa delle linee italiane nelle immediate retrovie del fronte. Furono anni di durissimo lavoro che tuttavia consentirono a Creazzo e a chi era con lui di continuare a interiorizzare il credo socialista. E quando, nel 1921, dopo la scissione avvenuta al congresso socialista di Livorno, aderisce al Partito Comunista, egli si schiera apertamente contro i Riformisti, rei, a parer suo, di aver annacquato il Socialismo con mille compromessi.

All’avvento del Fascismo, continua la sua lotta clandestina, mantenendo collegamenti epistolari segretissimi con i compagni in Italia e all’estero. Per tutto il Ventennio non riuscirono a piegarlo i fermi polizieschi, gli arresti, le intimidazioni e gli allettamenti a cambiare stato e posizione economica che si susseguivano in modo impressionante. Era un uomo che non si faceva intimidire da nulla e che non scendeva a patti con la propria coscienza civile neanche se costretto alla fame. Dopo la Liberazione riuscì a riprendere intensamente la riorganizzazione della lotta, formando numerose sezioni comuniste uscite dalla clandestinità, ma presto entrò in polemica con gli stessi comunisti e si ritirò dal Partito, continuando, da indipendente, la lotta antifascista e per il socialismo.
Concluse la sua eroica e singolare esistenza a Cinquefrondi il 7 settembre 1963 con grandissimo rimpianto di quanti lo avevano conosciuto, ma soprattutto dei lavoratori e degli oppressi di tutta la Piana. La sua bara fu avvolta nella bandiera rossa con falce e martello e la banda musicale intonò l’Inno dei Lavoratori e l’Internazionale. Nel 1979, su mia insistenza, l’editore Barbaro di Oppido Mamertina pubblicò la prima e unica silloge delle poesie di questo grande cantore della civiltà contadina della Piana con il titolo “Poesie dialettali” (curata da Carlo Carlino e Pino Bellocco, entrambi studiosi cinquefrondesi, ndr).

E quantu, quantu guài ntra sta mè vita!
Diquand’escia la raku peniàta!
Fui condannàtu comu la munìta:
Posa no ndàppi mai, mija jornàta!
Jocata storta fu la mè partita,
Di chija ceca Sorti, disgraziata…
Orfanu, straniàtu, senza mìta,
Mbattìa sempri sdarrùpi a la mè strata!
Cumu chiji a lu limbi cundannàtu,
Non trovu jazzu mai ntra nnùiu sìtu…
Di paci o di riposu sù assitàtu.
L’urtimi jorna, armènu, ndisturbàtu,
Vorrìa nu passu mpàci di Rimitu
(Arzura)

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